C’era una volta Piercamillo Davigo, simbolo di Mani Pulite, castigamatti dei furbetti disonesti, idolo della sinistra giudiziaria sparsa nei vari talk show tra Rai 3 e La7. Impazzivano Giovanni Floris, Corrado Formigli, Lilli Gruber e Lucia Annunziata a intervistarlo per ascoltare i suoi aforismi della manetta, le sue invettive contro i «colpevoli che la fanno franca», le reprimende contro i processi troppo lunghi.
Lui purtroppo non l’ha scampata, condannato e pregiudicato per violazione del segreto d’ufficio sui verbali di dichiarazioni dell’ex avvocato Piero Amara (condannato per calunnia) dopo aver tentato ogni genere di appello e ricorso. Perfetto esempio dell’immortale categoria del puro a sua volta epurato: un vecchio classico del comunismo stalinista.
Tuttavia e fortunatamente per i suoi ex adoratori, Davigo ha un erede, Nicola Gratteri, già fiero nemico della ’ndrangheta in Calabria e oggi, come lui stesso sottolinea, «felicemente procuratore capo di Napoli». Alla sua lunga e prestigiosa carriera di magistrato unisce da qualche tempo quella di opinion leader e prolificissimo scrittore (due volumi solo negli ultimi sei mesi), un vero stakanovista. Viene costantemente intervistato sui mali della giustizia e il degrado della politica. E come un novello Gino Bartali, dividendosi tra un talk e un altro per presentare uno dei suoi libri, risponde immancabilmente con spiccato accento calabro e qualche lieve esitazione di sintassi che «è tutto sbagliato, tutto da rifare», sia che si tratti della riforma Cartabia sia che si tratti di quella di Carlo Nordio, di una nuova legge come la separazione delle carriere e addirittura di una qualche nuova applicazione telematica. Niente da fare: va tutto male e tutto è da bocciare.
Parrebbe di capire, come succede ai tanti demiurghi degli stati di diritto in crisi, che lui e solo lui conosca la formula magica che riparerebbe la giustizia. Quale sia non è dato sapere, perché come tutti i dispensatori di promesse palingenetiche, egli eccelle nella parte destruens, ma è fumoso su quella construens.
Si fida di lui Matteo Renzi, uno che i magistrati non li ama, ma che per lui stravede al punto di farlo ministro – come lo stesso Gratteri racconta – prima di essere bloccato da Giorgio Napolitano. Chissà perché nessuno si sia mai informato sugli esatti motivi del veto.
A dire il vero, leggendo le molte esternazioni, pare di capire che un possibile modello organizzativo sia il Panopticon del filosofo inglese Jeremy Bentham, una sorta di grande piovra telematica centralizzata da cui tenere sotto controllo l’universo del malaffare, dalle organizzazioni criminali alle carceri italiane.
Prima di lui qualcosa di simile l’aveva tentata il suo omologo sempre a Catanzaro, Luigi de Magistris, ma non andò benissimo e finì tutto in una sorta di faida tra i magistrati del capoluogo calabro e i colleghi di Salerno. De Magistris finì la sua carriera giudiziaria e ne iniziò un’altra più fortunata in politica, anche se di breve durata, come succede ai tribuni.
Nemico implacabile della famigerata ’ndrangheta che ha colpito con numerosi blitz, Gratteri ha suscitato paragoni con il leggendario prefetto di ferro fascista Cesare Mori, nemico giurato e apparente demolitore, al tempo del fascismo, della mafia che però felicemente gli sopravvisse, organizzando lo sbarco degli alleati in Sicilia, nonostante le molte leggende sulla sua presunta fine.
In occasione della presentazione del suo ultimo volume, Gratteri, ospite di Corrado Formigli, ha preso posizione sulla recente riforma delle intercettazioni, una legge composta di tre soli articoli che nella sostanza fissa in quarantacinque giorni la durata delle intercettazioni e che il governo spaccia per una riforma garantista, tra lo sdegno dell’Associazione nazionale magistrati e della sinistra patibolare.
Trattasi della solita patacca rifilata ai creduloni, la nuova normativa peggiora addirittura l’attuale situazione di abuso dell’uso delle intercettazioni. Mentre l’attuale normativa prevede una durata per le captazioni di quindici giorni, rinnovabili dal giudice delle indagini preliminari, la nuova legge prevede un periodo iniziale più lungo di quarantacinque giorni anch’essi prorogabili per tutta la durata delle indagini.
Si vorrebbe spacciare per innovazione garantista o filocriminali un presunto obbligo di motivazione che il giudice delle indagini in caso di proroga avrebbe solo quando «l’assoluta indispensabilità delle operazioni per una durata superiore sia giustificata dall’emergere di elementi specifici e concreti, che devono essere oggetto di espressa motivazione». Chi abbia dimestichezza con il linguaggio della burocrazia leguleia sa benissimo che «assoluta indispensabilità» e «elementi specifici e concreti» sono le solite formule di stile che renderanno possibili scontati prolungamenti delle intercettazioni, cui si adeguerà la giurisprudenza. Non cambierà nulla, anzi le cose peggiorano perché diventano più lunghi i periodi di intercettazione, da quindici a quarantacinque giorni. Esclusi una serie di gravi reati per cui tutto resta invariato.
È possibile che questa patacca su cui Gratteri e magistratura associata fingono di indignarsi, per il fastidio di dover scrivere qualche riga in più di motivazione, sia stata ideata dal governo per mascherare l’altra novità che attiene alla modifica di un articolo della legge sui servizi di sicurezza. Quella con cui si prevede oltre al ricorso dei servizi all’uso di intercettazioni preventive – con mezzi micidiali come Graphite, il software no click venduto dagli israeliani al governo – anche che «le pubbliche amministrazioni e i soggetti che erogano servizi di pubblica utilità sono tenuti a prestare al Dis, all’Aise e all’Aisi collaborazione e assistenza necessarie per la tutela della sicurezza nazionale».
Università, ospedali, centri di ricerca, provider di telefoni e di servizi pubblici, social, perfino professionisti come notai, commercialisti, avvocati, dovranno collaborare e fornire informazioni riservate, su dipendenti, assistiti, collaboratori, utenti per imperscrutabili motivi di sicurezza nazionale.
La sinistra giustizialista, che per mera ignoranza si indigna di fronte alle lamentele di Gratteri o di qualche altro magistrato della provvidenza, dovrebbe chiedersi se l’abuso delle intercettazioni preventive contro giornalisti e ong non siano che l’altra faccia dell’utilizzo indiscriminato delle intercettazioni giudiziarie. Due facce della stessa medaglia illiberale e autoritaria, anche se ben celata sotto la toga di pubblico ministero.