La modalità-panico che domina la lettura degli eventi, non aiuta a capire dove va il mondo, tantomeno a prendere decisioni importanti: statisti, imprenditori, chiunque abbia delle responsabilità, dovrebbe mantenere lucidità e sangue freddo, l’emozione fa cadere in errore.
Una delle cose che rendono angosciante il tempo che viviamo, è la diffusa convinzione che stanno accadendo cose «senza precedenti».
L’uso di questa definizione era già inflazionato; è esploso da quando c’è Trump alla Casa Bianca. Viene applicata in modo sistematico a qualsiasi cosa lui faccia, e in particolare il suo modo di maltrattare gli alleati europei.
Non posso certo escludere che stiano accadendo cose «senza precedenti». Però mi accorgo che spesso chi usa questa definizione non conosce la storia, o non vuol fare lo sforzo necessario per trovare dei precedenti.
Ho già ricordato che nel 2003, quando Bush Junior invase l’Iraq e la coppia franco-tedesca (Chirac Schroeder) lo condannò, dominavano sui media verdetti che sancivano una crisi terminale e irrimediabile della relazione transatlantica. A rileggere oggi quelle analisi, e quei titoli, ci si accorge che sono copie identiche di ciò che viene detto e scritto oggi. Dunque Trump non è così «senza precedenti» come si suol credere.
Ma vi invito a fare un salto all’indietro ancora più lungo. Me lo suggerisce uno dei maggiori storici americani dell’economia, Barry Eichengreen, autore di opere importanti sulla storia del dollaro, sulle crisi finanziarie internazionali, sul sistema monetario.
Eichengreen pensa tutto il male possibile di Trump però ha il pregio di vedere gli eventi attuali in un arco lungo della storia. Un suo articolo sul Financial Times mi ha riportato alla memoria una crisi dell’alleanza transatlantica che anche allora fu vissuta come terminale, epocale, irrimediabile, definitiva. Risale a 54 anni fa, nientemeno.
1971. È l’anno in cui Nixon dichiara l’inconvertibilità del dollaro, un vero spartiacque nella storia contemporanea. È lì che va cercata perfino la genesi lontana del progetto dell’euro. Dalla conclusione della seconda guerra mondiale fino a quel momento, l’Occidente è vissuto in un regime di cambi fissi tra le monete principali, e di parità dollaro-oro. Quello degli anni Cinquanta e Sessanta è un sistema insolitamente stabile, con la moneta americana come il sole al suo centro, e le monete europee come tanti pianeti che gli ruotano attorno, ciascuno ordinatamente nella sua orbita. Il dominio del biglietto verde con l’effigie di George Washington è schiacciante, incontrastato, unipolare. In contropartita della sua sovranità imperiale fino al fatidico 1971 l’America garantisce, in linea di principio, che i suoi dollari possono essere scambiati con i lingotti d’oro custoditi a Fort Knox e nelle cantine blindate della Federal Reserve of New York. Questo è l’ordine globale imperniato sul Fondo monetario internazionale e sulla Banca mondiale, le regole di Bretton Woods siglate nel 1944 sotto la leadership di Franklin Roosevelt. Più il Gatt, antenato del Wto, che gestisce un commercio internazionale in realtà molto segnato da protezionismi (europeo anzitutto). Ne restano fuori il blocco sovietico e il Terzo mondo: ma il peso economico di quelle nazioni all’epoca è modesto, trascurabile.
Questo sistema dava agli Stati Uniti responsabilità notevoli e al tempo stesso dei privilegi unici. Il dollaro, legato all’oro e spendibile per comprare o investire nell’economia leader, era la valuta di cui tutti si fidavano. Gli Stati Uniti erano i finanziatori di ultima istanza, i garanti di quell’ordine. Erano i detentori dell’unico mezzo di pagamento universale. Potevano stampare dollari a piacimento, almeno finché qualcuno non avesse deciso di andare a vedere il loro bluff, chiedendo davvero «il loro peso d’oro» in cambio delle banconote verdi. Di questo privilegio abusarono il democratico Johnson e il repubblicano Nixon per finanziare le esorbitanti spese militari dell’escalation in Vietnam. Per non far gravare il costo della guerra solo sulle spalle dei propri contribuenti, stamparono dollari a volontà, li diffusero nel mondo intero, e la liquidità così generata contribuì a creare inflazione dappertutto, anche in Europa. A quel punto la Francia del generale/presidente Charles De Gaulle (già antiamericano da sempre) decise proprio di andare a «vedere il bluff» della convertibilità, agitò la minaccia di chiedere il cambio dei dollari con altrettanti lingotti d’oro. La reazione di Nixon fu semplice: stracciò le regole nate a Bretton Woods e stabilì che da quel momento il dollaro non poteva più essere scambiato con le riserve auree di Fort Knox.
Fu uno shock enorme, dalle ripercussioni violente. Insieme con la convertibilità dollaro-oro, infatti, automaticamente crollava tutto l’edificio dei cambi fissi che era stato in vigore negli anni Cinquanta e Sessanta. Gli europei denunciarono un tradimento, una rottura «senza precedenti», per l’appunto.
Alle rimostranze dei governi europei l’America rispondeva con un argomento… familiare: siamo noi che ci sobbarchiamo l’onere di difendervi dalla minaccia di un’invasione sovietica, o peggio ancora di un Olocausto nucleare. Questo compito, attraverso le centinaia di migliaia di soldati Usa schierati allora in Europa, più l’ombrello nucleare e la flotta della U.S.Navy nel Mediterraneo, i contribuenti americani lo pagavano caro mentre gli europei partecipavano in modo assai modesto alle spese per la propria difesa (oggi ancora meno).
Le conseguenze di quel gesto di Nixon, la cancellazione della convertibilità del dollaro nel 1971, segnano davvero la chiusura di un’epoca, la fine di quell’età aurea per le economie europee che sono stati gli anni Sessanta. Gli europei ne rimangono così traumatizzati, che cominciano a pensare seriamente di costruirsi una loro moneta unica per emanciparsi da Sua Maestà il dollaro: si avvia così il cantiere per la costruzione del «serpente» monetario europeo, poi Sistema monetario europeo (Sme), insomma gli antenati dell’euro. Dopo vari esperimenti abortiti, una vera moneta unica europea però nascerà solo trent’anni dopo lo strappo unilaterale di Nixon del 1971. Sotto questo aspetto, il precedente non è troppo rassicurante.
Nel frattempo la fluttuazione libera dei cambi si accompagna ad un’esplosione dell’inflazione, un crescendo in tutti gli anni Settanta. Per fortuna oggi siamo ben lontani da quei tassi d’inflazione a due cifre, che in Italia rasentarono il 20%.
Torno all’anno dello strappo «senza precedenti», il 1971, con il tradimento che Nixon consuma ai danni degli europei. Il mondo è sopravvissuto anche a quello scossone che distruggeva l’ordine monetario internazionale. È interessante anche ricordare tutte le profezie che allora circolavano: morte della relazione transatlantica; fine della credibilità degli Stati Uniti; declino terminale e irreversibile del ruolo del dollaro; isolamento di un’America unilateralista. Vi suonano familiari?
Ora naturalmente i pignoli e i pedanti cominceranno a elencare cento differenze tra il 1971 e il 2025. Certo che ce ne sono. La storia non si ripete mai. Però può fare la rima con se stessa, scriveva Mark Twain. Quel che m’interessa è consigliarvi una sana diffidenza, un salutare scetticismo, nei confronti dei profeti dell’Apocalisse che ogni mattina vi annunciano una nuova catastrofe «epocale, senza precedenti».
La storia degli anni Settanta ebbe molti altri sviluppi inattesi. Il demoniaco Nixon firmò una pace in Vietnam. Pace ingiusta, ma pace. Lo stesso Nixon fu protagonista di uno spettacolare riavvicinamento con la Cina comunista di Mao (un criminale con 30 milioni di morti sulla coscienza). Sul finire di quel decennio l’Unione sovietica installò dei missili a testata nucleare per minacciare l’Europa occidentale. Due leader dell’asse franco-tedesco, Giscard-Schmidt, supplicarono il nuovo presidente americano (Carter) di ripristinare un equilibrio strategico e una deterrenza installando gli euromissili della Nato. Fu fatto.
Le piazze dell’Europa occidentale si riempirono di «pacifisti» (me compreso, ventenne) solo quando fu la Nato a installare i suoi, di missili. Yankee Go Home!, gridavamo. Un socialista, il francese François Mitterrand, ebbe in seguito l’arguta osservazione che «i missili ci minacciano a Est, i pacifisti sono solo a Ovest». Gli stessi pacifisti avrebbero ignorato l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa sovietica nel 1979, salvo poi condannare quella della Nato nel 2001.
La storia, è meglio studiarla, altrimenti si è condannati a «recitarla facendo la rima», all’infinito.